Chi siamo

PER RICORDARE UN VIAGGIATORE NEL MONDO E NEL CICLONE DELLA STORIA

Perchè ARGO ?

La nostra associazione culturale, Associazione Ricerche Gaudio Odissea, A.R.G.O., prende il nome dalla vita e dai molteplici interessi di un giornalista, viaggiatore e scrittore scomparso tragicamente il 12 luglio 2002, Attilio Gaudio.
Questa denominazione vuole ricordare l’essenza delle sue diverse attività e del suo lavoro attraverso l’evocazione della mitologia delle esplorazioni: la nave degli Argonauti alla ricerca del vello d’oro nel Mar Nero, l’avventuroso viaggio di Ulisse al di là delle colonne di Ercole, e infine il fedele cane dell’Odisseo.
Poiché Gaudio è stato anche e soprattutto esploratore, in tempi non lontani in cui un viaggio alle Maldive era un’impresa e l’attraversamento del Caucaso in Lambretta una follia.
Siamo la sua famiglia, con alcuni suoi amici, collaboratori e ammiratori di un uomo che ha voluto essere, innanzi tutto, “cittadino del mondo”.
Speriamo che questo gruppo iniziale cresca e prosegua i progetti e gli studi che il destino ha bruscamente interrotto. E speriamo, come abbiamo scritto presentando il libro sulle biblioteche del Sahara(1), uscito postumo nel novembre 2002:

Que le vent et le sable ne cachent plus ces manuscrits
Dans ce désert que tu as tellement aimé
Que le temps n'efface pas ton travail
Que ta mémoire vive par nous
Ta femme et tes enfants

Con Attilio abbiamo condiviso viaggi, lavori, interessi, ideali, ma anche delusioni e amarezze. Alla soglia dei settant’anni, Gaudio conclude il suo libro autobiografico(2) con queste parole:
Mi sento sovente stanco, sfiduciato, interiormente teso e intellettualmente roso. Ma non mi posso fermare. Non ho trovato il mio porto, non di attracco ma di carenaggio, insomma non so chi e cosa potrebbe aiutarmi a dipanare i nodi gordiani di una vita di ricerche e di problemi ideologici irrisolti.
Ma poi si riaccende la speranza con il ricordo di un proverbio cinese e una domanda:
… se vuoi essere felice tutta la vita coltiva un giardino. Ma dove?
Il suo “giardino” è il Sahara. Per questo noi vogliamo continuare la sua opera.

(1) Les bibliothèques du désert, Ed. L'Harmattan, Paris, 2002

(2) Una vita nel ciclone della storia – Dalla lotta partigiana al Terzo Mondo, Ed. L’Harmattan Italia, Torino, 1998


Attilio Gaudio in Somalia
(anni 70)

A.G., corrispondente dell’ANSA, intervistato ad Abidjan dal giornalista Fologo per il quotidiano locale
(Fraternité Matin 1973)

Attilio Gaudio a Rabat
(anni 90)
 

Statuto

ASSOCIAZIONE CULTURALE E DI RICERCA IN MEMORIA DI ATTILIO GAUDIO E DELL'ODISSEA COME CAMMINO DELL'UOMO - ARGO

L’Associazione Culturale Attilio Gaudio-A.R.G.O., è stata costituita il 3 aprile 2004 e registrata a Milano con n° 002198.

L’Associazione, laica, indipendente e senza scopi di lucro, intende:

diffondere e tutelare l’opera di Attilio Gaudio, il suo nome, la sua immagine e la sua memoria;

promuovere iniziative culturali e realizzare progetti di sviluppo nei paesi del terzo mondo in linea con le attività professionali e gli ideali di Attilio Gaudio;

collaborare con enti e/o associazioni pubbliche e private che perseguano gli stessi obiettivi;

contribuire alla diffusione, alla protezione e alla valorizzazione del patrimonio culturale, morale e materiale delle minoranze etniche;

favorire incontri, studi e ricerche in tutti gli ambiti in cui si è sviluppata l’attività professionale e scientifica di Attilio Gaudio, e in particolare il Sahara e il Sahel.

Per il conseguimento dei propri scopi, l’Associazione può stipulare contratti o accordi con soggetti o enti pubblici o privati, italiani o stranieri, e compiere ogni attività a ciò connessa.

Si propone inoltre di richiedere la collaborazione di esperti in vari ambiti, come antropologia, archeologia, preistoria, ecologia, restauro di manoscritti, biblioteconomia, cultura araba e berbera.

E ricordare quello che i versi significativi di Tahar Ben Jelloun evocano, insieme al soffio immortale del deserto:

L’homme qui, du désert, connaît le secret, ne peut vieillir.
La mort viendra, tournera autour de la dune puis repartira…
… La liberté aura son visage, sa voix et sa folie.


Attilio Gaudio durante una conferenza
(2002 - Brescia, Italia)

News

  • Charles de Foucauld: cent'anni dalla scomparsa

      Al Pime di Milano (via Mosé Bianchi 94) si parlerà mercoledì 12 ottobre 2016 (ore 21) dell'attualità di Charles De Foucauld a cent’anni dalla sua morte.  "Sorella ANTONELLA FRACCARO delle Discepole del Vangelo, grande conoscitrice del “Fratello Universale”, cerca di tradurre nella quotidianità della sua vita, insieme alle consorelle, la spiritualità di De Foucauld, declinata in uno dei tanti «piccoli nidi di vita fervente e laboriosa» che sono nati dalla sua ispirazione, a servizio di Dio nell’adorazione eucaristica e nell’annuncio rispettoso e discreto del Vangelo." Il suo intervento, precisa il Centro Missionario, si inserisce nel ciclo di incontri dell’OTTOBRE MISSIONARIO PIME 2016 sul tema: “FRONTIERE. PERCORSI DI RIFLESSIONE AI CONFINI DELL’ESISTENZA”.

    Inoltre, sabato 3 dicembre, si terrà a Milano presso la Caritas Ambrosiana (via S.Bernardino 4, ore 10,30) un convegno in ricordo del "piccolo fratello universale".

  • Segreti nella valle dell'Omo, i popoli

    Valle Dell’Omo 2°

    La valle inferiore del fiume Omo è una regione dalla bellezza misteriosa, con ecosistemi estremamente differenti: rilievi vulcanici, valli e  corsi d’acqua, paludi, praterie e una delle rare foreste vergini primarie dell’Africa semi-arida che danno vita ad una importante biodiversità.  Flora, fauna e gruppi etnici diversi di grande interesse antropologico, intimamente legati alla natura, e solo parzialmente "contattati”. La vita di queste popolazioni è scandita dalle piogge, dalle alluvioni del fiume, dalla transumanza per sfuggire alle punture della mosca tzè-tzè, dalla semina e dal raccolto, dai riti legati alle varie fasi della vita, dai conflitti. Le nuove divisioni amministrative contano nella regione dell'Omo ben 45 gruppi di popoli. Ci sono differenze notevoli, ma anche somiglianze legate a incroci e matrimoni, scambi e commerci, mescolanze e contaminazioni, alleanze e rivalità.

     

     . Lucio Rosa nella Valle dell'Omo, presso l'etnia Hamer

     

     “È un’Africa profonda, quel­la della bassa valle dell’O­mo, scrive su Archeologia Viva, la rivista di Piero Pruneti, il regista Lucio Rosa (che voleva girare il film Lontano, lungo il fiume – l’anima originaria delle tribù dell’Omo, già

    sceneggiato). Qui esistono ancora dei luoghi che conservano, in una dimensione senza tempo, un incredibile mosaico di razze ed etnie, vive tracce di antiche tradizioni, una commistione tra le radici dell’uomo e la na­tura. Per avvicinarsi a

    questo mondo, cercare di comprende­re l’anima originaria delle tribù che ci vivono, dobbiamo ab­bandonare le nostre certezze e ogni pregiudizio occidentale. Allora potremo cogliere la ric­chezza di un mondo da noi co­sì distante e conoscere

    l’Africa autentica, l’anima originaria di genti “lontane”. Nel nostro im­maginario spesso ci avvicinia­mo a questi popoli pensando fondamentalmente che siano dei primitivi, “selvaggi” – come si diceva una volta e come ora non si dice più per

    pudore ver­so noi stessi – a cui dovremmo insegnare come si vivere sul pianeta … Nel contesto del XXI secolo, dove il nostro apparato economico sta distruggendo interi ecosistemi a un ritmo mai visto, da queste popolazio­ni di pastori

    nomadi come i Ka­ro, i Mursi, gli Hamer, i Daasa­nach, che ancora vivono un’e­sistenza non ancora del tutto contaminata dall’uomo occi­dentale, avremmo molto da imparare, soprattutto dalla lo­ro profonda umanità. Diciamolo chiaro: stiamo

    per­correndo velocemente le strade che porteranno alla distruzio­ne delle culture di quella che fu la culla dell’umanità.“

     

    In effetti, nei giacimenti paleontologici della valle, testimoni del Pliocene e del Pleistocene, sono stati scoperti scheletri di Australopithecus, i crani di Homo sapiens Omo1 e Omo2, ossa di Paranthropus aetiopicus o Australopithecus robustus, un ominide estinto vissuto fra i 2,3 e gli 1,2 milioni di anni fa.

    Ma questa valle non è solo la culla genetica dell’Uomo, ma anche quella culturale, che ci riporta alle origini della società e della civiltà. Cacciatori, raccoglitori, guerrieri, pescatori, pastori, apicoltori, agricoltori, artigiani: sono molti i popoli che vivono lungo l’ Omo o nelle regioni adiacenti, quando il fiume, dopo un cammino accidentato attraverso l’altopiano etiopico, forma ampi meandri in un paesaggio pianeggiante. Il suo corso è stato esplorato in due missioni, dal 1887 al 1997, dal luogotenente d’artiglieria Vittorio  Bottego; le spedizioni erano finanziate dal governo italiano, che, già installato in Eritrea, cercava un ruolo coloniale in Africa come le altre nazioni europee. Bottego ha incontrato, non sempre in modo pacifico, molte di queste etnie.

    Le popolazioni dell’Omo hanno sviluppato da secoli pratiche socio-economiche complesse in funzione delle condizioni ambientali difficili di questa regione semiarida. Oltre alla coltivazione pluviale itinerante, la piena annuale del fiume garantisce un’agricoltura legata alle periodiche inondazioni seguite dal ritiro delle acque. Si produce sorgho, mais, fagioli, patate, banane, caffè e cotone. Dal bestiame (zebù, vacche, ovini, oche …) si ricava carne, latte, sangue, cuoio. Costituisce un capitale di riserva in caso di carestia per la siccità, e viene usato per pagare la dote della sposa. Alcune  tribù (Bodi, che cantano poemi per far prosperare le mandrie, Daasanach, Karo, Mursi, Kwegu, Nyangatom) vivono lungo le rive dell’Omo e ne dipendono completamente. I villaggi di Hamar,  Chai,  Turkana sono più lontani, ma una rete di alleanze interetniche consente loro l’accesso alle pianure inondate, soprattutto in  assenza di precipitazioni. Eppure tra queste tribù scoppiano spesso conflitti, che l’introduzione delle armi da fuoco ha reso più pericolosi. Negli anni settanta anche sulle rive dell'Omo sono apparsi i Kalashnikov, insanguinando gli scontri frequenti anche a causa della competizione per le risorse sempre più rare. Infatti i nativi da anni subiscono la perdita progressiva delle loro terre. Prima la creazione dei due parchi nazionali negli anni 1960 e 1970. Poi negli anni 1980 una parte del territorio è stata trasformata in azienda statale irrigata. In seguito una parte importante delle terre ancestrali è stata concessa a multinazionali o trasformata per la produzione di agro-carburanti. Infine, con  la costruzione delle dighe sul fiume Omo  (Gilgel Gibe I, II, III) e di altre due in programma, i popoli dell’Omo diventeranno profughi ambientali. 

    L’abbassamento del livello del lago Turkana (20 metri in un secolo, con un rialzo di 4-5 metri negli anni sessanta), ha già costretto a migrare i Galeb, riconoscibili per i capelli impastati di cenere e ocra e adornati con belle piume di struzzo. La siccità ha spinto i Mursi, dentro i confini del Mago Park (parco naturale), innescando inevitabili scontri con i Bodi e con i Karo. I Karo e i Mursi hanno i volti e il corpo affrescati con ocra, calce bianca, polvere di ferro e brace di carbone e di legno, o altri minerali colorati (giallo, rosso, blu); si scarificano la pelle e si provocano rigonfiamenti con acqua e cenere. I Mursi si adornano con piume e ossa, e le giovani donne inseriscono un piattino di legno o di argilla nel labbro inferiore  ai lobi dell’orecchio; dopo aver fatto una piccola incisione, sostituiscono dischi di grandezza crescente per espandere il labbro. Si crede che un tempo servisse a scoraggiare il rapimento delle donne da parte degli schiavisti. Gli Hamer vivono nelle savane a occidente del lago Chew Bahir, il lago del sale, in una zona selvaggia circondata da paludi e aride savane. Le loro danze rituali sono sensuali: celebrano i matrimoni, il raccolto, le iniziazioni dei giovani. Le donne Surma invece portano degli anelli ai lobi delle orecchie e sulle labbra prima di sposarsi. Borana sono pastori seminomadi di buoi, vacche e zebù, e si considerano l’etnia primigenia del gruppo Oromo. Sono orgogliosi e bellicosi; l’assassino borana si fa crescere un lungo e solitario ciuffo di cappelli, e chi non ha ucciso nessuno non è degno di sposarsi. Si spostano, con le mandrie e le capanne di canne,  tra le terre dei Konso e il bacino del fiume Giuba, verso il Kenia.. I Konso vivono fra le colline a sud del lago Chamo. Popolo di agricoltori sedentari di origine cuscitica (substrato etnico più antico dell'Etiopia e delle regioni nordorientali del Sudan), sono bravi musicisti, coltivano con grande cura e abilità i prodotti  locali che vendono o scambiano in grandi mercati, punto d’incontro con popoli di pastori. Nei loro campi terrazzati si innalzano piccoli totem, i Waga, legati al culto degli antenati di cui raffigurano la vita, la storia, il passato.

    Ogni etnia ha le sue peculiarità, ma dappertutto si pratica la religione animista, la poligamia, il potere assoluto dei maschi, le scarificazioni corporali, la nudità, o al massimo un telo intorno ai fianchi. E la comunicazione avviene principalmente attraverso i corpi: abbelliti, incisi, cicatrizzati, adornati con oggetti diversissimi, dipinti e colorati, acconciati con pettinature fantasiose, ciuffi su cranio rasato, trecce,  riccioli. Servono a comunicare, a identificare il clan o gruppo, a esprimere personalità e sentimenti: fiducia, seduzione o paura, affetto, coraggio, aggressività, senza la mediazione della parola. (Mila C.G.)

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

  • L'Africa nel cuore di Lucio Rosa (28.10/27.11.2016)

      In ventisei scatti selezionati, il regista, fotografo e produttore veneziano Lucio Rosa ha immortalato alcuni gruppi etnici di Congo, Kenia, Etiopia, sempre meno numerosi e probabilmente in pericolo di estinzione.

    Sono i Dassenech, i Pokot, gli Hamer, i Babinga che popolano la mostra fotografica "Con l'Africa nel cuore" che, inaugurata il 28 ottobre 2016 a Licodia Eubea (Catania), si potrà ancora visitare sabato 26 e domenica 27 novembre dalle 17 alle 21. L'evento è contestuale all'apertura della VI edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologica di Licodia Eubea (Sicilia) (vedi https://archeologiavocidalpassato). Nella foto, il regista con il direttore artistico.

    La Rassegna si chiuderà con un bilancio positivo, dichiarano i direttori artistici Lorenzo Daniele e Alessandra Cilio, mentre è già stato consegnato al toscano Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva, il premio "Antonino Di Vita". Questo archeologo siciliano di fama internazionale, scomparso nel 2011, ha sempre visto in Licodia Eubea il suo "luogo dell'anima".

    Invece il luogo dell'anima di Lucio Rosa è sempre l'Africa, soprattutto da quando, negli anni '80 vi realizza reportage cinematografici e fotografici su incarico delle Agenzie delle Nazioni Unite. Così, le etnie rappresentate in questa mostra rivivono per i nostri occhi e cuore, grazie alle immagini di Lucio, il loro speciale, millenario, prezioso rapporto simbiotico con l' ambiente da cui sono nate e in cui cercano ancora di sopravvivere, malgrado (o forse con) il turismo e le "ruspe" del progresso. (M.C.G.)

  • Lo Sciamano del legno antico

    Arte africana? Solo la seconda foto! che ritrae alcune (tra le migliaia) opere d'arte africane raccolte ed esposte da Adolfo Bartolomucci nella sua galleria milanese*. La prima invece è arte alpina, della Val Gardena, dove la scultura lignea fa parte della tradizione secolare, e l'artista è Adolf Vallazza,  scultore di fama mondiale.  Nei due casi: arte o artigianato oppure entrambi? non ha importanza, il risultato è sempre qualcosa che evoca passato e presente, stupisce, emoziona, risveglia tutti i sensi. Protagonista è sempre il legno.

                      

    (foto Lucio Rosa)                                                                                  (foto Mila C.G.)

    L'artista africano sceglie il suo albero in funzione dell'oggetto da scolpire; così statua, maschera, feticcio, totem sarà il veicolo attraverso il quale gli spiriti, le divinità, gli antenati e le forze della natura si rendono presenti e visibili nello spazio umano. Gli oggetti di utilità quotidiana, quali spole per tessere, ciotole, sgabelli, sedie, alzatesta, strumenti per la cucina, sono fabbricati con molta cura. Per ogni settore della cultura esistono una serie di simboli e di stili specifici, compresi dalla comunità. 

    Anche l'artista alpino, "vive del legno, nel legno, parla con il legno...". Per questo il regista Lucio Rosa, bolzanese, gli ha dedicato il film** "Adolf Vallazza, sciamano del legno antico" presentandolo con queste parole: " Il bosco, silente e ordinato, i tronchi ravvicinati e umidi si sono affidati ad Adolf Vallazza. Un viaggio assorto e pieno di attese finisce nei linguaggi e nelle forme dell'uomo contemporaneo. L'artista non interroga la materia - che è già sua - ma il genio dei luoghi che l'ha generata. Con lui tesse il dialogo serrato che porta alle trasformazioni dei legni, programma i loro destini futuri e in loro soffia il suo spirito."

    Lo sciamano viene generalmente considerato come un guaritore e un mediatore tra il mondo conosciuto della realtà ordinaria e il mondo spirituale. L'arte di Adolf Vallazza può essere antropologicamente considerata sciamanica, perchè lavora legni antichissimi, a volte secolari, recuperati nelle case contadine delle sue valli: vengono dalle pareti delle stube, hanno visto la storia, passare tante generazioni e vicende, i vivi e i morti; sono corrosi, consumati, mangiati dalle tarme, con i segni delle scarpe chiodate dei contadini, che hanno camminato su di loro per anni e anni. Anche il colore varia a seconda della loro vita. Ci sono i legni grigi, i bluastri che hanno preso la pioggia, e quelli rossi, che sono bruciati dal sole. E' come un "viaggio" nel passato e in altre tradizioni la scultura in questi legni, che hanno vissuto e trasmettono "messaggi" dai mondi spirituali invisibili alla realtà. E poi ci sono le leggende nei paesi delle montagne, le Dolomiti; "anche se astratte, le  mie sculture, afferma Adolf, rispecchiano queste suggestioni. È il mio ambiente, la mia storia che mi ha dà l’ispirazione per la scultura. " 

    Il Maestro Adolf  Vallazza nasce nel 1924 ad Ortisei. Il padre è scultore in ferro; il nonno materno, Josef Moroder Lusenberg, è un pittore. Adolf fin da piccolo ama le arti e il disegno e  intaglia il legno. Negli anni quaranta e cinquanta inizia lavorare il legno dell'ulivo; per mantenere la famiglia e per passione diventa artigiano, con una ditta e sette operai. Crea statue per le Vie Crucis, crocifissi, sculture religiose della tradizione gardenese. Ma si ritaglia del tempo per studiare e fare ricerche, apre il suo studio di scultore ad Ortisei, e abbandona il legno dell'ulivo perchè lo considera di per sè già "un'opera d'arte della natura". Le prime sculture sono classiche, poi comincia a  sperimentare forme stilizzate e materiali nuovi, fino alle opere che l'hanno reso famoso, i Totem e i Troni. Ha quasi quarant’anni e infine può dedicarsi solo all’arte. Passa all'astratto, ispirato da Marino Marini, Henry Moore, e soprattutto dal grande Constantin Brâncuși, maestro per la sua semplicità, la capacità di ridurre i volumi, l’iconografia delle “colonne”. Sono gli anni '60; inizia ad allestire le sue prime mostre personali in Italia e all'estero. Nel 1968 cominciano a frequentare il suo studio d'artista importanti critici milanesi, come Marussi, Budigna e Mascherpa.

                                          

    (foto Lucio Rosa)                                                                                                      (foto Mila C.G.)

    Di sè racconta: "Sono un uomo che ha vissuto il scorso secolo, un novecentesco. Ho cominciato con la figurazione ... quello deve essere il punto di partenza. Non si può cominciare dall’astratto, l’astrazione si raggiunge in un secondo momento. Ancora oggi, in questi vecchi legni, faccio delle figure. Il figurativo è importante perché insegna il “mestiere”. Molti iniziano con l’astratto, e per me è impossibile, il corpo umano lo devi conoscere, devi entrare in possesso dell’anatomia, conoscere le forme…  Il materiale va capito e sentito."

     *African Art Gallery di Bartolomucci Adolfo - Via Caterina da Forlì, 28 - 20146 Milano Italy.

    **Titolo originale: Adolf Vallazza. Sciamano del Legno Antico Regia: Lucio Rosa  Anno di produzion2019 Tipologia:documentario  Genere: arte/biografico  Paese: Italia  Produzione: Studio Film TV      Formato di ripresa: Full HD 16:9Formato di proiezione: Full HD 16:9, bianco/nero Sito Web: http://www.studiofilmtv.it/film.asp?id=43&l=it  Durata: 40'

  • Notizie dal Niger (maggio 2017)

    L' ASSOCIAZIONE TRANSAFRICA SVILUPPO* di Firenze ci invia notizie ricevute da Aboubacar, responsabile del Foyer d'accueil  ILMI di Niamey, uno dei progetti in cui Transafrica è impegnata da anni con i fondi raccolti grazie a eventi culturali, donazioni e 5x1000. Questa casa di accoglienza, aperta nel 2012, promuove la scolarizzazione dalle medie al liceo di giovani dei due sessi tra i 14 e i 20 anni, provenienti principalmente da una località a est di Agadez, Tchintaborak.  
    I giovani accolti nella casa, a condizioni accettabili per vitto e alloggio, ricevono anche vestiario e forniture scolastiche, e sono seguiti negli studi da un tutore.  
    Dopo una breve descrizione anche fotografica della vita e delle attività del Foyer, Aboubacar si presenta con queste parole:
     
    "Gérant du foyer d'accueil ILMI, il est l'âme de ce projet. Depuis la création du foyer en 2012, Aboubacar parcourt la France et l'Europe, pour tisser des liens avec des associations et des ami(e)s qu'il a rencontré soit au Niger, soit en France ou en Italie.
    Infatigable, chaque année, il part avec son sac de bijoux et d'artisanat réalisés par les artisans de la Coopérative Tafolt, dont il est le secrétaire, et dont une partie des ventes sert à financer le foyer d'accueil. Enfant d'une famille nomade, la vie a fait qu'il a eu la chance d'aller à l'école, il a bien compris l'importance aujourd'hui de la scolarisation des enfants pour le développement des zones nomades, où la vie est très difficile.
    Aboubacar parle français, il sait écrire et se servir d'un PC pour envoyer des mails ou se connecter à Facebook. Lorsqu'il n'est pas à Niamey pour s'occuper du foyer, il parcourt aujourd'hui son pays dans les zones où la "folie de l'or" fait rage : avec curiosité, il filme, photographie, interroge les orpailleurs : un travail de recherche qui le fait devenir conférencier pour des amis chercheurs et géographes.
    Sur sa route en France, grâce au covoiturage, il croise Guillaume Gendron un journaliste; de cette rencontre naitra un article paru dans le journal Libération, puis une interview dans une émission sur Arte. Mais au milieu de toutes les multiples activités qu'il développe, son principal objectif c'est bien le foyer, les enfants à scolariser, le rôle qu'il s'est donné, humblement, pour son passage sur terre. Une vie de nomade, toujours, ancrée dans son époque malgré les difficultés, les obstacles et les frontières à franchir.
    Une vie qu'un jour, qui sait, il écrira lui même sur le papier."

    *Associazione di solidarieta' internazionale per il volontariato nella cooperazione partenaria allo Sviluppo Umano nel Nord e nel Sud del Mondo
    Via Fiume, 11 - I-50123 FIRENZE
    Tel: +39-055-430420 +39-348-3973603
    Fax: +39-055-430420
    Email: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it. 
    Web: http://www.associazionetransafrica.org