Chi siamo

PER RICORDARE UN VIAGGIATORE NEL MONDO E NEL CICLONE DELLA STORIA

Perchè ARGO ?

La nostra associazione culturale, Associazione Ricerche Gaudio Odissea, A.R.G.O., prende il nome dalla vita e dai molteplici interessi di un giornalista, viaggiatore e scrittore scomparso tragicamente il 12 luglio 2002, Attilio Gaudio.
Questa denominazione vuole ricordare l’essenza delle sue diverse attività e del suo lavoro attraverso l’evocazione della mitologia delle esplorazioni: la nave degli Argonauti alla ricerca del vello d’oro nel Mar Nero, l’avventuroso viaggio di Ulisse al di là delle colonne di Ercole, e infine il fedele cane dell’Odisseo.
Poiché Gaudio è stato anche e soprattutto esploratore, in tempi non lontani in cui un viaggio alle Maldive era un’impresa e l’attraversamento del Caucaso in Lambretta una follia.
Siamo la sua famiglia, con alcuni suoi amici, collaboratori e ammiratori di un uomo che ha voluto essere, innanzi tutto, “cittadino del mondo”.
Speriamo che questo gruppo iniziale cresca e prosegua i progetti e gli studi che il destino ha bruscamente interrotto. E speriamo, come abbiamo scritto presentando il libro sulle biblioteche del Sahara(1), uscito postumo nel novembre 2002:

Que le vent et le sable ne cachent plus ces manuscrits
Dans ce désert que tu as tellement aimé
Que le temps n'efface pas ton travail
Que ta mémoire vive par nous
Ta femme et tes enfants

Con Attilio abbiamo condiviso viaggi, lavori, interessi, ideali, ma anche delusioni e amarezze. Alla soglia dei settant’anni, Gaudio conclude il suo libro autobiografico(2) con queste parole:
Mi sento sovente stanco, sfiduciato, interiormente teso e intellettualmente roso. Ma non mi posso fermare. Non ho trovato il mio porto, non di attracco ma di carenaggio, insomma non so chi e cosa potrebbe aiutarmi a dipanare i nodi gordiani di una vita di ricerche e di problemi ideologici irrisolti.
Ma poi si riaccende la speranza con il ricordo di un proverbio cinese e una domanda:
… se vuoi essere felice tutta la vita coltiva un giardino. Ma dove?
Il suo “giardino” è il Sahara. Per questo noi vogliamo continuare la sua opera.

(1) Les bibliothèques du désert, Ed. L'Harmattan, Paris, 2002

(2) Una vita nel ciclone della storia – Dalla lotta partigiana al Terzo Mondo, Ed. L’Harmattan Italia, Torino, 1998


Attilio Gaudio in Somalia
(anni 70)

A.G., corrispondente dell’ANSA, intervistato ad Abidjan dal giornalista Fologo per il quotidiano locale
(Fraternité Matin 1973)

Attilio Gaudio a Rabat
(anni 90)
 

Statuto

ASSOCIAZIONE CULTURALE E DI RICERCA IN MEMORIA DI ATTILIO GAUDIO E DELL'ODISSEA COME CAMMINO DELL'UOMO - ARGO

L’Associazione Culturale Attilio Gaudio-A.R.G.O., è stata costituita il 3 aprile 2004 e registrata a Milano con n° 002198.

L’Associazione, laica, indipendente e senza scopi di lucro, intende:

diffondere e tutelare l’opera di Attilio Gaudio, il suo nome, la sua immagine e la sua memoria;

promuovere iniziative culturali e realizzare progetti di sviluppo nei paesi del terzo mondo in linea con le attività professionali e gli ideali di Attilio Gaudio;

collaborare con enti e/o associazioni pubbliche e private che perseguano gli stessi obiettivi;

contribuire alla diffusione, alla protezione e alla valorizzazione del patrimonio culturale, morale e materiale delle minoranze etniche;

favorire incontri, studi e ricerche in tutti gli ambiti in cui si è sviluppata l’attività professionale e scientifica di Attilio Gaudio, e in particolare il Sahara e il Sahel.

Per il conseguimento dei propri scopi, l’Associazione può stipulare contratti o accordi con soggetti o enti pubblici o privati, italiani o stranieri, e compiere ogni attività a ciò connessa.

Si propone inoltre di richiedere la collaborazione di esperti in vari ambiti, come antropologia, archeologia, preistoria, ecologia, restauro di manoscritti, biblioteconomia, cultura araba e berbera.

E ricordare quello che i versi significativi di Tahar Ben Jelloun evocano, insieme al soffio immortale del deserto:

L’homme qui, du désert, connaît le secret, ne peut vieillir.
La mort viendra, tournera autour de la dune puis repartira…
… La liberté aura son visage, sa voix et sa folie.


Attilio Gaudio durante una conferenza
(2002 - Brescia, Italia)

News

  • Segreti nella Valle dell'Omo

    Valle dell’Omo N°1

       

    Giovane dell’etnia Karo davanti a un'ansa del fiume Omo; circa un migliaio di Karo vivono sulla sua sponda orientale (foto Lucio Rosa)

    Nell’estremo sud-ovest dell’Etiopia, tra i grandi laghi dell’enorme spaccatura geologica della Rift Valley sopravvive forse ancora per poco l’ultima regione “autentica” del continente: una vasta area di monti, aride savane e affluenti del fiume Omo.  Nel 1980 questa valle è stata inserita nell’elenco dei patrimoni dell’umanità dell’Unesco per la sua straordinaria importanza geologica e archeologica. Qui sono stati trovati numerosi fossili di ominidi, soprattutto resti appartenenti al genere  Australopithecus e Homo, insieme ad utensili di quarzite risalenti a circa 2,4 milioni di anni fa. Un’area che si pensa abbia rappresentato una culla per il processo di ominazione negli ultimi milioni di anni. Qui abitano almeno una trentina di etnie di grande importanza antropologica ed etnografica, la preistoria ai giorni nostri. Qui opera la cooperazione italiana e lavora la società Salini-Impregilo.

    Eppure: accesso negato ai giornalisti di Nigrizia (numero di febbraio 2016). Luca Manes e Giulia Franchi erano in Etiopia ”per scrivere un reportage sul ruolo della cooperazione italiana nel secondo paese più popoloso d’Africa, con tassi di crescita fra i più alti al mondo, combinati con questioni interne che chiamare problemi è un eufemismo: fame, violenza, povertà ancora diffusa e un sistema politico basato su un monopartitismo di fatto”. Raccontano: “Avevamo scelto di visitare alcuni progetti per la riduzione del rischio nel settore acqua, localizzati nel sud, bassa valle dell’Omo. (…) Solo che nell’Omo i giornalisti non ci possono andare”. In realtà, ad Addis Abeba c’era il visto sul passaporto, l’accordo del governo federale, gli sforzi dell’ambasciata e della cooperazione italiana, anche l’intervento di un ministro. Poi è arrivato il via libera fino ad Arba Minch (nella Regione delle nazioni, nazionalità e popoli del sud – SNNPR) dove si trova il progetto Warka Water della cooperazione italiana; quindi il permesso di continuare il viaggio fino a Konso (sul fiume Sagan). Infine: impossibile proseguire per Omorate, all’ingresso della valle dell’Omo.

    Stop non solo per i giornalisti, ma anche per i cineasti. Così è stato annullato il progetto di Lucio Rosa (Studio Film TV), regista impegnato da oltre quarantacinque anni nella realizzazione di reportages, programmi televisivi e documentari. Questo “regista veneziano, bolzanino d’adozione, (scrive Graziano Tavan, giornalista de "Il Gazzettino di Venezia") aveva deciso di lasciare per un momento le “pietre” e i successi ottenuti con i suoi film di carattere archeologico e di tornare a raccontare l’Uomo, o meglio la cultura originaria di alcuni gruppi tribali in Africa, non ancora contaminati completamente dagli uomini occidentali. Il nuovo progetto prevedeva la realizzazione di cinque film in Africa, ma l’avvio non è stato bene augurante: il primo, infatti, è stato annullato. Lontano, lungo il fiume – l’anima originaria delle tribù dell’Omo, già sceneggiato e per il quale le riprese dovevano essere realizzate in Etiopia tra agosto e settembre 2015, è rimasto lettera morta”.

     

     Lucio Rosa in Etiopia durante la preparazione del film sulle tribù dell’Omo

     

    Il motivo? ” Purtroppo ho dovuto rinunciare, ha dichiarato amareggiato il regista, per i folli prezzi che le autorità chiedono per rilasciare i permessi per le riprese dei gruppi tribali, trentamila dollari. Una follia per un film maker indipendente quale io sono (…) Questo film poteva rappresentare un’ultima testimonianza della cultura originaria di questi gruppi tribali come i Karo, Mursi, Hamer, Dassenach”, e continuare il lavoro etnografico di Lucio Rosa iniziato trent’anni fa, insieme alla moglie Anna, con documentari come Babinga, piccoli uomini della foresta (pigmei del nord della Repubblica Popolare del Congo), e Pokot, un popolo della savana in Kenia.

    “In realtà, scrive Tavan, un modo come un altro per tenere occhi indiscreti lontano dai progetti perseguiti nell’area che evidentemente non hanno come obiettivo la conservazione di una delle culle dell’umanità, e il prosieguo delle ricerche antropologiche e paleontologiche nella valle dell’Omo”.     

     

    Il fiume Omo Bottego (dal nome dell’esploratore Vittorio che lo scoprì nel 1896, e vi lasciò la vita), nasce nell'altopiano etiopico e, passando, dai circa 2500 metri di altezza delle sorgenti ai 500 metri di altezza del lago, dopo 760 km di corsa impetuosa e poi di placidi meandri, sfocia con un delta nel lago Turkana (ex Rodolfo). L'Omo, serpeggiando nei vasti territori pianeggianti dell’Etiopia sud-occidentale, riceve numerosi affluenti (Gogeb, Wabi, Mago, Neri) ed attraversa i parchi nazionali di Mago e Omo, ricchi di fauna. Il territorio fa parte del Grande Rift dell’Africa orientale, un sistema di fosse tettoniche legate all’allontanamento di placche litosferiche. Un movimento divergente che, accompagnato da diffusi fenomeni vulcanici e sismici, provoca da oltre venti milioni di anni lo sprofondamento della crosta terrestre rispetto ai circostanti altipiani, e l’innalzamento delle montagne più alte dell’Africa, inclusi i monti Virunga, Mituba e Ruwenzori. 

     

     http://www.vialattea.net/spaw/image/geologia/RiftValley/01Terra_rift.jpg La Rift Valley africana ripresa dallo spazio. In tempi geologici sarà il fondo di un mare (http://www.vialattea.net)

     

    Questo fondovalle, largo tra 30 e 100 metri, anticipa la formazione di un bacino oceanico africano, allontanando in futuro il Corno d’Africa dal grande continente. La Rift Valley, lunga almeno seimila chilometri, inizia nel nord della Siria, ospita il lago di Tiberiade, la valle del Giordano, la conca del Mar Morto, il golfo di Aqaba, poi prosegue con il Mar Rosso, la depressione di Afar (la Dancalia) e attraversa l'Africa orientale fino al lago Niassa (o Malawi) e al Mozambico, nella regione dei grandi laghi africani, che includono tra i più profondi laghi del mondo come il Tanganica, profondo fino a 1.470 metri. I ritrovamenti paleo-antropologici sono appunto legati all’attività vulcanica e tettonica responsabile della formazione di queste profonde depressioni e alla contemporanea sedimentazione legata all’intensa erosione dei rilievi, ma anche ai clasti e alle ceneri vulcaniche che hanno coperto rapidamente i resti animali e vegetali, permettendo così la fossilizzazione.

     

     La realtà nella bassa valle dell’Omo sta cambiando velo­cemente a scapito dei deboli della Terra, come sono i popoli che qui vivono, scrive Lucio Rosa su Archeologia viva. Un villaggio dei Karo che ho visitato recentemente, e che otto mesi prima era un villaggio vivo, posto al di sopra di un’ansa dell’Omo, praticamente non esiste quasi più, a parte qualche persona che si “imbelletta il volto” per accontentare qualche turista. È dal 2011 che il governo etiope dà in concessio­ne a imprenditori stranieri enormi appezzamenti di terra fertile sottraendoli ai gruppi tri­bali e distruggendo i loro pasco­li. Chi si oppone e fa resistenza subisce pestaggi e anche il carce­re. Per l’Africa è una storia vec­chia che si ripete. Sono aziende turche, malesi, finlandesi, olan­desi, italiane, coreane, di mezzo mondo, specializzate nella col­tivazione della canna da zuc­chero, cotone, palma da olio, mais per biocarburanti, che si sono accaparrate questi vasti territori. Si deforesta per fare spazio al grande progetto statale “Kuraz Sugar Project”, che sot­trarrà un’area di 245.000 ettari ai territori dove vivono i gruppi tribali. Lungo le sponde del mi­tico Omo i bulldozer continua­no a spianare terreni sterminati per le piantagioni che saranno irrigate con l’acqua del fiume. E conclude: E con l’estinzione dei gruppi tribali finirà anche il turismo culturale. Sono circa duecentomila gli indigeni che vivono qui. La loro esistenza è gravemente minacciata. La loro fine sarà un po’ anche la nostra”.

     

     Foto Lucio Rosa 

     

    In effetti, negli ultimi decenni il fiume Omo ha cominciato a divenire oggetto di uno sfruttamento idroelettrico: sono state costruite le tre dighe Gilgel Gibe I, II e III e sono in via di pianificazione le due Gilgel Gibe IV e V. Il presidente Matteo Renzi è stato persino fotografato in visita all’enorme diga Gilgel III (ormai quasi completa: alta 240 metri, lunga 610) con i dipendenti della Salini, impresa che ha iniziato a costruire l’opera nel 2006.  Le immagini satellitari mostrano che il governo ha iniziato a riempire il bacino della diga; fornirà l’acqua a vaste piantagioni commerciali che si trovano nelle terre ancestrali delle tribù, e la produzione di energia elettrica aumenterà notevolmente. Ma l’impatto ambientale e umano sarà catastrofico. Il fragile ecosistema e i mezzi di sussistenza degli autoctoni, strettamente legati al fiume e alle sue esondazioni annuali, verranno distrutti. Clima e vegetazione cambieranno con l’intero bacino idrografico. I piccoli coltivatori, apicoltori, raccoglitori, cacciatori perderanno, oltre ad uno stile di vita millenario, l’autosufficienza alimentare. I pastori, privati di pascoli e foreste, dovranno abbandonare mandrie e greggi, e i nomadi saranno costretti a sedentarizzarsi.

    I fieri abitanti dell’Omo diventeranno i salariati delle grandi multinazionali per coltivare canna da zucchero, olio di palma e cotone per l’esportazione?

     Mila C.G.  (le foto di Lucio Rosa sono state gentilmente concesse dall’Autore) 

     Omo Basin Area map.jpg

     Area del fiume Omo con evidenziate le tre dighe Gilgel I, II, III e la IV in programma. In piccolo, l’intera area dall’Eritrea al Kenya (rappresentazione non in scala)  voices.nationalgeographic.com

     

     

     

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  • Scoperti utensili paleolitici in India

    I risultati dei lavori di un'équipe britannica (pubblicati sul quotidiano online The Independent) sembrano aggiungere nuove ipotesi alle teorie sull'evoluzione umana.

    Nel sito archeologico di Attirampakkam, nel sud-est dell'India (60 km da Chennai, Tamil Nadu) sono stati scoperti strumenti antichi di almeno 385.000 anni, epoca che coincide con il periodo in cui questa tecnologia sarebbe stata utilizzata per la prima volta dall'uomo moderno in Africa. Finora si pensava invece che L'India avesse conosciuto questa tecnica tra 140.000 e 46.000 anni anni fa, con la migrazione dall'Africa dell'uomo moderno. Questa scoperta anticiperebbe questa migrazione dall'Africa verso l'Asia ad almeno 400.000 anni fa; sarebbe quindi più antica di quanto si pensava? Oppure gli ominidi indiani di quell'epoca hanno sviluppato una propria cultura del Paleolitico Medio? E ancora: si tratta di uomini moderni o di Neandertaliani o di altre specie arcaiche?

      Rimangono quindi molti interrogativi, soprattutto  per la mancanza di resti umani associati alle scoperte. Anche perché in passato si era parlato di utensili di un milione e mezzo di anni! 

  • Migrazioni e incroci di Homo

    Browning et al./Cell - Il grafico mostra le migrazioni dei Denisoviani  in Asia e Oceania, e ipotizza genomi misti con Neandertaliani e sapiens moderno.

    Infatti, da quando è stato analizzato nel 2010 il genoma dell'Homo di Denisova (a partire da pochi fossili: una falange e due molari), sappiamo che alcune popolazioni dell'Oceania (Papua, Nuova Guinea, isole Cercanas) contengono nel loro DNA il 5% di quello di Denisova. Anche le popolazioni dell'est e del sud dell'Asia contengono lo 0,2% del DNA denisoviano, ma sembra che questo sia dovuto a migrazioni (e quindi incroci) delle popolazioni oceaniche verso il continente.

    Uno studio, pubblicato dalla rivista Cell, ha effettuato le sue ricerche in merito grazie ad un nuovo metodo di analisi, basato sui dati dei progetti "UK10K, 1000 Genomi e Differenze dal Genoma Simons" (specie di catalogo di genomi di 300 individui appartenenti a 142 diverse popolazioni). Quindi gli umani moderni (Homo sapiens sapiens, Neandertal e Denisova) sono esistiti nelle stesse epoche, incrociandosi e scambiandosi porzioni di DNA. Ma erano umani geneticamente diversi, pur avendo un antenato comune (che si pensa sia esistito per un milione di anni, e sia originario del continente africano). 

    Quanto a Spagnoli e Italiani, abitanti nell'estremità meridionale dell'Europa, si può affermare che nel loro DNA non esistono geni denisoviani, e che la percentuale di geni Neandertaliani è molto bassa (in base ai 5.639 individui esaminati). 

     

     

     

  • Lo Sciamano del legno antico

    Arte africana? Solo la seconda foto! che ritrae alcune (tra le migliaia) opere d'arte africane raccolte ed esposte da Adolfo Bartolomucci nella sua galleria milanese*. La prima invece è arte alpina, della Val Gardena, dove la scultura lignea fa parte della tradizione secolare, e l'artista è Adolf Vallazza,  scultore di fama mondiale.  Nei due casi: arte o artigianato oppure entrambi? non ha importanza, il risultato è sempre qualcosa che evoca passato e presente, stupisce, emoziona, risveglia tutti i sensi. Protagonista è sempre il legno.

                      

    (foto Lucio Rosa)                                                                                  (foto Mila C.G.)

    L'artista africano sceglie il suo albero in funzione dell'oggetto da scolpire; così statua, maschera, feticcio, totem sarà il veicolo attraverso il quale gli spiriti, le divinità, gli antenati e le forze della natura si rendono presenti e visibili nello spazio umano. Gli oggetti di utilità quotidiana, quali spole per tessere, ciotole, sgabelli, sedie, alzatesta, strumenti per la cucina, sono fabbricati con molta cura. Per ogni settore della cultura esistono una serie di simboli e di stili specifici, compresi dalla comunità. 

    Anche l'artista alpino, "vive del legno, nel legno, parla con il legno...". Per questo il regista Lucio Rosa, bolzanese, gli ha dedicato il film** "Adolf Vallazza, sciamano del legno antico" presentandolo con queste parole: " Il bosco, silente e ordinato, i tronchi ravvicinati e umidi si sono affidati ad Adolf Vallazza. Un viaggio assorto e pieno di attese finisce nei linguaggi e nelle forme dell'uomo contemporaneo. L'artista non interroga la materia - che è già sua - ma il genio dei luoghi che l'ha generata. Con lui tesse il dialogo serrato che porta alle trasformazioni dei legni, programma i loro destini futuri e in loro soffia il suo spirito."

    Lo sciamano viene generalmente considerato come un guaritore e un mediatore tra il mondo conosciuto della realtà ordinaria e il mondo spirituale. L'arte di Adolf Vallazza può essere antropologicamente considerata sciamanica, perchè lavora legni antichissimi, a volte secolari, recuperati nelle case contadine delle sue valli: vengono dalle pareti delle stube, hanno visto la storia, passare tante generazioni e vicende, i vivi e i morti; sono corrosi, consumati, mangiati dalle tarme, con i segni delle scarpe chiodate dei contadini, che hanno camminato su di loro per anni e anni. Anche il colore varia a seconda della loro vita. Ci sono i legni grigi, i bluastri che hanno preso la pioggia, e quelli rossi, che sono bruciati dal sole. E' come un "viaggio" nel passato e in altre tradizioni la scultura in questi legni, che hanno vissuto e trasmettono "messaggi" dai mondi spirituali invisibili alla realtà. E poi ci sono le leggende nei paesi delle montagne, le Dolomiti; "anche se astratte, le  mie sculture, afferma Adolf, rispecchiano queste suggestioni. È il mio ambiente, la mia storia che mi ha dà l’ispirazione per la scultura. " 

    Il Maestro Adolf  Vallazza nasce nel 1924 ad Ortisei. Il padre è scultore in ferro; il nonno materno, Josef Moroder Lusenberg, è un pittore. Adolf fin da piccolo ama le arti e il disegno e  intaglia il legno. Negli anni quaranta e cinquanta inizia lavorare il legno dell'ulivo; per mantenere la famiglia e per passione diventa artigiano, con una ditta e sette operai. Crea statue per le Vie Crucis, crocifissi, sculture religiose della tradizione gardenese. Ma si ritaglia del tempo per studiare e fare ricerche, apre il suo studio di scultore ad Ortisei, e abbandona il legno dell'ulivo perchè lo considera di per sè già "un'opera d'arte della natura". Le prime sculture sono classiche, poi comincia a  sperimentare forme stilizzate e materiali nuovi, fino alle opere che l'hanno reso famoso, i Totem e i Troni. Ha quasi quarant’anni e infine può dedicarsi solo all’arte. Passa all'astratto, ispirato da Marino Marini, Henry Moore, e soprattutto dal grande Constantin Brâncuși, maestro per la sua semplicità, la capacità di ridurre i volumi, l’iconografia delle “colonne”. Sono gli anni '60; inizia ad allestire le sue prime mostre personali in Italia e all'estero. Nel 1968 cominciano a frequentare il suo studio d'artista importanti critici milanesi, come Marussi, Budigna e Mascherpa.

                                          

    (foto Lucio Rosa)                                                                                                      (foto Mila C.G.)

    Di sè racconta: "Sono un uomo che ha vissuto il scorso secolo, un novecentesco. Ho cominciato con la figurazione ... quello deve essere il punto di partenza. Non si può cominciare dall’astratto, l’astrazione si raggiunge in un secondo momento. Ancora oggi, in questi vecchi legni, faccio delle figure. Il figurativo è importante perché insegna il “mestiere”. Molti iniziano con l’astratto, e per me è impossibile, il corpo umano lo devi conoscere, devi entrare in possesso dell’anatomia, conoscere le forme…  Il materiale va capito e sentito."

     *African Art Gallery di Bartolomucci Adolfo - Via Caterina da Forlì, 28 - 20146 Milano Italy.

    **Titolo originale: Adolf Vallazza. Sciamano del Legno Antico Regia: Lucio Rosa  Anno di produzion2019 Tipologia:documentario  Genere: arte/biografico  Paese: Italia  Produzione: Studio Film TV      Formato di ripresa: Full HD 16:9Formato di proiezione: Full HD 16:9, bianco/nero Sito Web: http://www.studiofilmtv.it/film.asp?id=43&l=it  Durata: 40'

  • UN MISURATORE SOLARE PREISTORICO

    L’archeologa  Mercedes Versaci (Gruppo PAID HUM-812 del dipartimento di Preistoria dell’ Università di Cadice) ha scoperto – in  una grotta della Sierra della Plata, punta meridionale della penisola iberica vicino a Gibilterra - una pittura rupestre che funge da indicatore solare. Una scoperta finora unica in Spagna. Stava preparando una tesi (dal titolo “El sol, símbolo de continuidad y permanencia: un estudio multidiscilpinar sobre la figura soliforme en el arte esquemático de la provincia de Cádiz”) nella zona intorno alla laguna de La Janda, (oggi a secco) nel comune di Tarifa, dove sono stati registrati circa trecento rifugi preistorici con pitture rupestri. In ventidue di essi  appare una figura a forma di sole.

    Ma nella Cueva del Sol (una piccolissima grotta di difficile accesso ma molto visibile) la studiosa ha scoperto un disco di 24 centimetri, geometricamente perfetto, con dodici raggi orientati verso il calar del sole. E l’unico raggio  dipinto coincide con  l’ultimo filo di luce del crepuscolo del solstizio d’ inverno. Quindi una specie di calendario agricolo per sapere quando le giornate avrebbero iniziato ad allungarsi e seminare, quando le piante sarebbero cresciute insieme al sorgere del sole più presto ogni giorno, quando ci sarebbe stato il raccolto, quando la terra avrebbe avuto un periodo di riposo. E questo ciclo si sarebbe compiuto al successivo solstizio d’inverno per ricominciare. Quindi una concezione del tempo circolare e una pittura rupestre risalente molto probabilmente alla preistoria recente, quando l’uomo già praticava l’agricoltura. Infatti le piante sono rappresentate in altre grotte con figure ramiformi e associate a idoli per rituali magici.