Il giornalista e scrittore Jean Wolf, grande amico del Marocco e di Attilio Gaudio, si è spento nella mattina del 13 agosto 2010, nella sua casa nei dintorni di Bruxelles, dopo una lunga malattia.

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2009-10-30 - La morte di Claude Lévi-Strauss, avvenuta a Parigi il 30 ottobre 2009 per una crisi cardiaca, non è solo la scomparsa di un grande antropologo ed etnologo.

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Intervista a BARTOLOMUCCI, una vita tra arte, commerci a storia

18 marzo 2012 - Nella zona ovest di Milano, una sorprendente “caverna delle sette meraviglie” si affaccia in viale Caterina da Forlì con due vetrine; all’interno, statue africane, maschere, batik, collane, terrecotte …

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Falleció en la madrugada del 10 de diciembre de 2012, a los 82 años, en su casa de Santa Cruz de Tenerife, debido a problemas de salud. Così si è spento Antonio Cubillo, all'alba: un grande amico di Attilio Gaudio e nostro, una lunga vita, ma soprattutto una lunga lotta per il riconoscimento del popolo guanche.

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Kolowaré, 16 Novembre 2015      

Questa mattina, scrive padre Silvano, uscendo dalla chiesa dopo la messa vedo, sotto la paillotte, tre persone che mi attendono, sedute sulle sedie di vimini. Quella al centro ha un portamento distinto, più anziana degli altri due. Una barbetta bianca, un copricapo, e uno scialle sopra il taffetano. Il giovane a destra indossa una tunica nera, e ha, nascosta fra le gambe, una bottiglia di un liquido color marrone. L’altro, in pantaloni e camicia.

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Marzo 2013 - Un progetto straordinario, utile ed ecologicamente sostenibile, è partito da Padova per atterrare ad Adwa, in Etiopia, su un altopiano che si trova a circa duemila metri di altitudine. La località abissina è famosa in Italia per la sanguinosa sconfitta che nel 1896 l'esercito etiope del negus Menelik II inflisse alle truppe italiane.

Carmen Talavera, (responsabile del progetto con Silvano Girotto) con i suoi collaboratori, http://amicidiadwa.files.wordpress.com/2012/12/progetto-spirulina.jpg - Spirulina al microscopio

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News

  • Togo, pozzi e trivellazioni

     

    La missione di Kolowaré è diventata, poco più di un anno fa, la Paroisse St Léon IX. Il nostro amico padre Silvano Galli (SMA, Società Missioni Africane - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.) da anni in Togo, ci comunica anche che qualche settimana prima era deceduto il decano di tutti i padri SMA del Togo, padre Jean Perrin, dopo 64 anni di missione in questo paese.

    Ma i missionari continuano a portare avanti il progetto "trivellazioni e pompe" grazie al sostegno del Novara Center. Senza acqua non c'è vita, ribadisce padre Silvano. E i villaggi vicini hanno già acqua in abbondanza. Nelle foto, gentilmente inviateci, l'équipe è al lavoro.

     

      Visite
     
    Soeur BéatriceBlandine
    Soeur RégineYayo

     
    Jean Marie
    PersonnelL'assistant Senanou
     
     
  • Persia: graffiti di cinquemila anni

    Un'équipe di archeologi ha scoperto nella regione di Isfahan, lungo il percorso di antiche vie di comunicazione commerciali, economiche e culturali, antiche rocce incise con vari segni e simboli, risalenti al terzo millennio a.C. (età del Bronzo) fino al periodo preislamico.

      incisioni a Meymeh

    Lo ha annunciato il capo della Isfahan's Cultural Heritage Organisation, Fereydoun Alahyari, sottilineando che si tratta delle prime manifestazioni, nella regione, di una forma di comunicazione non verbale e intuitiva tra popolazioni vicine preistoriche.

    E' durante le ricerche nelle città di Shahin Shahr e Meymeh, poi estese a Kashan, Ghamsar,  e Golpayegan verso nordest, che sono state fatte varie scoperte: un'antica collina del periodo sasanide (224-651 d.C., secondo impero persiano), una zona mineraria del periodo samanide (819-1005 d.C.), varie tombe  anch'esse preislamiche.

    Così, cinquemila anni fa, antiche strade collegavano -grazie alle indicazioni di queste pietre, conosciute come Negarkand- le economie e le civiltà degli abitanti dell'altipiano iraniano, ben prima dell'arrivo di altre popolazioni scese da nord.

  • L'Africa nel cuore di Lucio Rosa (28.10/27.11.2016)

      In ventisei scatti selezionati, il regista, fotografo e produttore veneziano Lucio Rosa ha immortalato alcuni gruppi etnici di Congo, Kenia, Etiopia, sempre meno numerosi e probabilmente in pericolo di estinzione.

    Sono i Dassenech, i Pokot, gli Hamer, i Babinga che popolano la mostra fotografica "Con l'Africa nel cuore" che, inaugurata il 28 ottobre 2016 a Licodia Eubea (Catania), si potrà ancora visitare sabato 26 e domenica 27 novembre dalle 17 alle 21. L'evento è contestuale all'apertura della VI edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologica di Licodia Eubea (Sicilia) (vedi https://archeologiavocidalpassato). Nella foto, il regista con il direttore artistico.

    La Rassegna si chiuderà con un bilancio positivo, dichiarano i direttori artistici Lorenzo Daniele e Alessandra Cilio, mentre è già stato consegnato al toscano Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva, il premio "Antonino Di Vita". Questo archeologo siciliano di fama internazionale, scomparso nel 2011, ha sempre visto in Licodia Eubea il suo "luogo dell'anima".

    Invece il luogo dell'anima di Lucio Rosa è sempre l'Africa, soprattutto da quando, negli anni '80 vi realizza reportage cinematografici e fotografici su incarico delle Agenzie delle Nazioni Unite. Così, le etnie rappresentate in questa mostra rivivono per i nostri occhi e cuore, grazie alle immagini di Lucio, il loro speciale, millenario, prezioso rapporto simbiotico con l' ambiente da cui sono nate e in cui cercano ancora di sopravvivere, malgrado (o forse con) il turismo e le "ruspe" del progresso. (M.C.G.)

  • Togo, religioni e riti

     )        

    La missione della SMA a Kolowaré (foto Silvano Galli)

    Dal Togo, padre Silvano Galli, missionario della SMA (Società Missioni Africane) ci invia ogni mese una storia, una testimonianza, un film documentario di parole e immagini sulla vita quotidiana a Kolowaré. Questa volta il messaggio è importante: il tipo di rapporti che esistono in questo angolo d'Africa fra Cristiani e Musulmani. Reciproco rispetto e partecipazione. Ecco in breve il suo racconto. 

    "Lunedì 12 settembre abbiamo festeggiato l’Aïd el Kebir, o Tabaski. La festa ha luogo due mesi lunari e dieci giorni dopo la fine del Ramdam. Kolowaré è alla grande festa, per piccoli e grandi. Nella tradizione musulmana questa festa commemora il sacrificio del figlio di Abramo, Ismaele, cui l’angelo Gabriele ha sostituito un ariete. Abramo è colui che adora il Dio unico senza compromessi, modello per ogni musulmano. La sua fede comporta sottomissione e obbedienza. Con la celebrazione dell’Aïd el kebir i musulmani si uniscono ai pellegrini della Mecca che, in questo giorno, terminano il loro pellegrinaggio centrato sulla domanda di perdono... ".

    Padre Galli , invitato, cerca l'amico Bassarou e gli dà la somma pattuita per partecipare alla cerimonia. "Davanti gli uomini, dietro le donne e i bambini. Inizia la grande preghiera. E’ l’Imam che la dirige. I fedeli, in piedi, in ginocchio, prostrati, seguono le sue indicazioni. Preghiera di intercessione, adorazione, ringraziamento, perdono. Al termine, mentre l’assemblea si scioglie, l’Imam e il capo villaggio continuano con preghiere personali per tutta la comunità e una esortazione sui problemi del villaggio." 

    Poi i fedeli si dirigono verso l'abitazione dell'Imam, davanti alla quale sarà immolata  la prima vittima.

    "Un gruppo di gente è attorno al bue steso e legato a terra. Gli viene chiuso il muso, poi il sacrificatore si avvicina e fa questa preghiera: Nel nome di Allah! Dio è grande! Mio Dio, da te, di te, e per te questo sacrificio. Accettalo da me come l’hai accettato dal tuo amico Abramo. Con un taglio netto recide poi la iugulare aprendo poco alla volta il collo dell’animale. Il sangue cola nella fossetta sottostante. Tutt’attorno un nugolo di gente che partecipa intensamente al rito. Bassarou mi accompagna nella piazza accanto dove sarà sacrificato un grosso giovenco, offerto in nome del capo villaggio. Con una novità. Un musulmano tedesco fa la preghiera prima  dell’immolazione, evocando e pregando per i sette amici che hanno contribuito all’acquisto dell’animale."  Padre Silvano si avvia poi verso le corte di Afo Goma per partecipare al sacrificio in onore del vecchio padre Wuro Adam, deceduto un paio di anni fa.

    Ma un giovane della missione lo cerca urgentemente perché "è deceduta Adjeretou, l’abbiamo portata al cimitero alle 3 di stanotte”. Altro dramma nella comunità cristiana: la notte precedente era deceduto, in un incidente stradale, il giovane Prosper Assimadi, e il padre è stato chiamato per il funerale.

    Ma la festa al villaggio continuerà per tutta la settimana. E non è finita! Pochi giorni dopo, alle 7 è arrivata alla missione una delegazione del capo villaggio con tre bacinelle di grossi ignami e due polli. E' il loro contributo alla festa del sabato  successivo, giorno in cui Padre Silvano ricorderà con la comunità  suoi cinquant'anni di ordinazione (avvenuta ad Omegna, sul lago Maggiore, il 1° ottobre 1966).

    Questa festa è poi durata tre giorni, e ai presenti, comprese le delegazioni dei villaggi, padre Silvano ha offerto un pacchetto di mandorle con la scritta: “sotto l’apparenza rugosa della scorza, si trova la preziosa mandorla”. Al termine di canti e danze, si avvicina l'amico Giagafo: “Grazie per aver festeggiato con noi, e non nel tuo villaggio d’origine, anasara moola”  (Bianco moola, il clan regale dei Kotokoli).

    P. Silvano Galli Kolowaré, B.P. 36 SOKODE - Togo
    T. 00228. 90977530 - 00228.24451012

  • 2016 Nigrizia: Libia e la sfida dell' IS

    Come ogni martedì, Nigrizia organizza un incontro-dibattito-informazione su un argomento di attualità. Il 5 aprile 2016 (ore 20,30 – sala Africa dei Missionari Comboniani in Vicolo Pozzo 1, Verona) si parla di Libia, la sfida del Gruppo Stato Islamico. Sarà un dialogo tra il direttore di Nigrizia, p. Efrem Tresoldi, con il prof. Antonio M.Morone, ricercatore in Storia dell’Africa all’Università di Pavia. “La guerra non è il mezzo adeguato per sconfiggere il terrorismo del Gruppo Stato islamico (Is) né tantomeno per portare stabilità in Libia». È un passaggio del documento contro la guerra, lanciato il 9 marzo dalle riviste missionarie e dell’area nonviolenta.  

    “La Libia rappresenta il classico esempio - scrive Nigrizia- degli orrori occidentali, applicati nel sud del mondo. Con la complice collaborazione delle petromonarchie del Golfo e dell’Egitto." Orrori, quindi errori, smania di potere, di risorse, di territorio, di appalti. Si dimentica  “che la Libia, -continua Nigrizia- come l’abbiamo imparata a conoscere sugli traffici illegali di armi, persone e droga, all’accesso alle risorse minerarieatlanti, non esiste più.  Dopo 42 anni di tirannia gheddafiana, i poteri formali non contano più nulla. E quelli informali sono impegnati ad arraffare ciò che vale tra Sahara e Sahel: dai traffici illegali di armi, persone e droga, all’accesso alle risorse minerarie"..”  Tripoli, novembre 2009 (foto Mila C.G.)

    Sarà possibile una soluzione politica? L’obiettivo è la spartizione del paese tra le potenze interventiste e i loro referenti locali? E’ il momento di agire con la forza?  “Magari con l’avallo dell’Onu. - conclude Nigrizia- al di là dei vari schieramenti in campo (il governo di Tobruk e quello di Tripoli; laico il primo, islamista vicino ai Fratelli musulmani il secondo) e delle decine se non centinaia di bande armate che controllano più o meno grandi fette di territorio”.

    Per informazioni: Fondazione Nigrizia Onlus: 045.8092390 - Centro Missionario Diocesano: 045.8033519  - Missionari Comboniani -  37129 - Verona -Tel. 045.8092290 -www.fondazionenigrizia.it   www.nigrizia.it   www.museoafricano.org

     

     

     

     

  • Segreti nella Valle dell'Omo

    Valle dell’Omo N°1

       

    Giovane dell’etnia Karo davanti a un'ansa del fiume Omo; circa un migliaio di Karo vivono sulla sua sponda orientale (foto Lucio Rosa)

    Nell’estremo sud-ovest dell’Etiopia, tra i grandi laghi dell’enorme spaccatura geologica della Rift Valley sopravvive forse ancora per poco l’ultima regione “autentica” del continente: una vasta area di monti, aride savane e affluenti del fiume Omo.  Nel 1980 questa valle è stata inserita nell’elenco dei patrimoni dell’umanità dell’Unesco per la sua straordinaria importanza geologica e archeologica. Qui sono stati trovati numerosi fossili di ominidi, soprattutto resti appartenenti al genere  Australopithecus e Homo, insieme ad utensili di quarzite risalenti a circa 2,4 milioni di anni fa. Un’area che si pensa abbia rappresentato una culla per il processo di ominazione negli ultimi milioni di anni. Qui abitano almeno una trentina di etnie di grande importanza antropologica ed etnografica, la preistoria ai giorni nostri. Qui opera la cooperazione italiana e lavora la società Salini-Impregilo.

    Eppure: accesso negato ai giornalisti di Nigrizia (numero di febbraio 2016). Luca Manes e Giulia Franchi erano in Etiopia ”per scrivere un reportage sul ruolo della cooperazione italiana nel secondo paese più popoloso d’Africa, con tassi di crescita fra i più alti al mondo, combinati con questioni interne che chiamare problemi è un eufemismo: fame, violenza, povertà ancora diffusa e un sistema politico basato su un monopartitismo di fatto”. Raccontano: “Avevamo scelto di visitare alcuni progetti per la riduzione del rischio nel settore acqua, localizzati nel sud, bassa valle dell’Omo. (…) Solo che nell’Omo i giornalisti non ci possono andare”. In realtà, ad Addis Abeba c’era il visto sul passaporto, l’accordo del governo federale, gli sforzi dell’ambasciata e della cooperazione italiana, anche l’intervento di un ministro. Poi è arrivato il via libera fino ad Arba Minch (nella Regione delle nazioni, nazionalità e popoli del sud – SNNPR) dove si trova il progetto Warka Water della cooperazione italiana; quindi il permesso di continuare il viaggio fino a Konso (sul fiume Sagan). Infine: impossibile proseguire per Omorate, all’ingresso della valle dell’Omo.

    Stop non solo per i giornalisti, ma anche per i cineasti. Così è stato annullato il progetto di Lucio Rosa (Studio Film TV), regista impegnato da oltre quarantacinque anni nella realizzazione di reportages, programmi televisivi e documentari. Questo “regista veneziano, bolzanino d’adozione, (scrive Graziano Tavan, giornalista de "Il Gazzettino di Venezia") aveva deciso di lasciare per un momento le “pietre” e i successi ottenuti con i suoi film di carattere archeologico e di tornare a raccontare l’Uomo, o meglio la cultura originaria di alcuni gruppi tribali in Africa, non ancora contaminati completamente dagli uomini occidentali. Il nuovo progetto prevedeva la realizzazione di cinque film in Africa, ma l’avvio non è stato bene augurante: il primo, infatti, è stato annullato. Lontano, lungo il fiume – l’anima originaria delle tribù dell’Omo, già sceneggiato e per il quale le riprese dovevano essere realizzate in Etiopia tra agosto e settembre 2015, è rimasto lettera morta”.

     

     Lucio Rosa in Etiopia durante la preparazione del film sulle tribù dell’Omo

     

    Il motivo? ” Purtroppo ho dovuto rinunciare, ha dichiarato amareggiato il regista, per i folli prezzi che le autorità chiedono per rilasciare i permessi per le riprese dei gruppi tribali, trentamila dollari. Una follia per un film maker indipendente quale io sono (…) Questo film poteva rappresentare un’ultima testimonianza della cultura originaria di questi gruppi tribali come i Karo, Mursi, Hamer, Dassenach”, e continuare il lavoro etnografico di Lucio Rosa iniziato trent’anni fa, insieme alla moglie Anna, con documentari come Babinga, piccoli uomini della foresta (pigmei del nord della Repubblica Popolare del Congo), e Pokot, un popolo della savana in Kenia.

    “In realtà, scrive Tavan, un modo come un altro per tenere occhi indiscreti lontano dai progetti perseguiti nell’area che evidentemente non hanno come obiettivo la conservazione di una delle culle dell’umanità, e il prosieguo delle ricerche antropologiche e paleontologiche nella valle dell’Omo”.     

     

    Il fiume Omo Bottego (dal nome dell’esploratore Vittorio che lo scoprì nel 1896, e vi lasciò la vita), nasce nell'altopiano etiopico e, passando, dai circa 2500 metri di altezza delle sorgenti ai 500 metri di altezza del lago, dopo 760 km di corsa impetuosa e poi di placidi meandri, sfocia con un delta nel lago Turkana (ex Rodolfo). L'Omo, serpeggiando nei vasti territori pianeggianti dell’Etiopia sud-occidentale, riceve numerosi affluenti (Gogeb, Wabi, Mago, Neri) ed attraversa i parchi nazionali di Mago e Omo, ricchi di fauna. Il territorio fa parte del Grande Rift dell’Africa orientale, un sistema di fosse tettoniche legate all’allontanamento di placche litosferiche. Un movimento divergente che, accompagnato da diffusi fenomeni vulcanici e sismici, provoca da oltre venti milioni di anni lo sprofondamento della crosta terrestre rispetto ai circostanti altipiani, e l’innalzamento delle montagne più alte dell’Africa, inclusi i monti Virunga, Mituba e Ruwenzori. 

     

     http://www.vialattea.net/spaw/image/geologia/RiftValley/01Terra_rift.jpg La Rift Valley africana ripresa dallo spazio. In tempi geologici sarà il fondo di un mare (http://www.vialattea.net)

     

    Questo fondovalle, largo tra 30 e 100 metri, anticipa la formazione di un bacino oceanico africano, allontanando in futuro il Corno d’Africa dal grande continente. La Rift Valley, lunga almeno seimila chilometri, inizia nel nord della Siria, ospita il lago di Tiberiade, la valle del Giordano, la conca del Mar Morto, il golfo di Aqaba, poi prosegue con il Mar Rosso, la depressione di Afar (la Dancalia) e attraversa l'Africa orientale fino al lago Niassa (o Malawi) e al Mozambico, nella regione dei grandi laghi africani, che includono tra i più profondi laghi del mondo come il Tanganica, profondo fino a 1.470 metri. I ritrovamenti paleo-antropologici sono appunto legati all’attività vulcanica e tettonica responsabile della formazione di queste profonde depressioni e alla contemporanea sedimentazione legata all’intensa erosione dei rilievi, ma anche ai clasti e alle ceneri vulcaniche che hanno coperto rapidamente i resti animali e vegetali, permettendo così la fossilizzazione.

     

     La realtà nella bassa valle dell’Omo sta cambiando velo­cemente a scapito dei deboli della Terra, come sono i popoli che qui vivono, scrive Lucio Rosa su Archeologia viva. Un villaggio dei Karo che ho visitato recentemente, e che otto mesi prima era un villaggio vivo, posto al di sopra di un’ansa dell’Omo, praticamente non esiste quasi più, a parte qualche persona che si “imbelletta il volto” per accontentare qualche turista. È dal 2011 che il governo etiope dà in concessio­ne a imprenditori stranieri enormi appezzamenti di terra fertile sottraendoli ai gruppi tri­bali e distruggendo i loro pasco­li. Chi si oppone e fa resistenza subisce pestaggi e anche il carce­re. Per l’Africa è una storia vec­chia che si ripete. Sono aziende turche, malesi, finlandesi, olan­desi, italiane, coreane, di mezzo mondo, specializzate nella col­tivazione della canna da zuc­chero, cotone, palma da olio, mais per biocarburanti, che si sono accaparrate questi vasti territori. Si deforesta per fare spazio al grande progetto statale “Kuraz Sugar Project”, che sot­trarrà un’area di 245.000 ettari ai territori dove vivono i gruppi tribali. Lungo le sponde del mi­tico Omo i bulldozer continua­no a spianare terreni sterminati per le piantagioni che saranno irrigate con l’acqua del fiume. E conclude: E con l’estinzione dei gruppi tribali finirà anche il turismo culturale. Sono circa duecentomila gli indigeni che vivono qui. La loro esistenza è gravemente minacciata. La loro fine sarà un po’ anche la nostra”.

     

     Foto Lucio Rosa 

     

    In effetti, negli ultimi decenni il fiume Omo ha cominciato a divenire oggetto di uno sfruttamento idroelettrico: sono state costruite le tre dighe Gilgel Gibe I, II e III e sono in via di pianificazione le due Gilgel Gibe IV e V. Il presidente Matteo Renzi è stato persino fotografato in visita all’enorme diga Gilgel III (ormai quasi completa: alta 240 metri, lunga 610) con i dipendenti della Salini, impresa che ha iniziato a costruire l’opera nel 2006.  Le immagini satellitari mostrano che il governo ha iniziato a riempire il bacino della diga; fornirà l’acqua a vaste piantagioni commerciali che si trovano nelle terre ancestrali delle tribù, e la produzione di energia elettrica aumenterà notevolmente. Ma l’impatto ambientale e umano sarà catastrofico. Il fragile ecosistema e i mezzi di sussistenza degli autoctoni, strettamente legati al fiume e alle sue esondazioni annuali, verranno distrutti. Clima e vegetazione cambieranno con l’intero bacino idrografico. I piccoli coltivatori, apicoltori, raccoglitori, cacciatori perderanno, oltre ad uno stile di vita millenario, l’autosufficienza alimentare. I pastori, privati di pascoli e foreste, dovranno abbandonare mandrie e greggi, e i nomadi saranno costretti a sedentarizzarsi.

    I fieri abitanti dell’Omo diventeranno i salariati delle grandi multinazionali per coltivare canna da zucchero, olio di palma e cotone per l’esportazione?

     Mila C.G.  (le foto di Lucio Rosa sono state gentilmente concesse dall’Autore) 

     Omo Basin Area map.jpg

     Area del fiume Omo con evidenziate le tre dighe Gilgel I, II, III e la IV in programma. In piccolo, l’intera area dall’Eritrea al Kenya (rappresentazione non in scala)  voices.nationalgeographic.com

     

     

     

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  • Monti Nuba, la resistenza di un popolo (Verona, martedì 3/5/2016)

                          In un’area grande più dell’Austria vive il popolo dei Nuba, circa un milione di abitanti, senza pace.
    Al "Martedì del mondo" del 3 maggio (organizzato dalla rivista Nigrizia) si è parlato della guerra che si sta combattendo da anni nella regione dei Monti Nuba, nello stato sudanese del Sud Kordofan. La serata, moderata da Efrem Tresoldi, direttore di Nigrizia, è iniziata con la proiezione di un documentario A scuola sotto le bombe (20’), realizzato lo scorso dicembre nei Monti Nuba da Francesco Cavalli, vicepresidente dell’organizzazione non profit Amani, e da Matteo Osanna, video maker. I due testimoni hanno spiegato la situazione che hanno trovato sul terreno e perché. Infatti, nonostante tutto, la popolazione nuba (musulmani e cristiani) è decisa a mantenere efficiente il proprio sistema scolastico. Come ha affermato in una recente intervista pubblicata su Nigrizia il vice-governatore dei Monti Nuba, Suleiman Jabuna Mohamed, per i Nuba l’educazione è il modo per affermare il diritto alla salvaguardia della propria diversità culturale e sociale, mentre "il governo di Khartoum usa l’islam come strumento di potere per dominare l’insieme dei popoli sudanesi", attuando una politica di emarginazione, sfruttamento e persecuzione etnica e bombardando con i caccia Mig e Antonov.
    A contrapporsi alla truppe governative sono le milizie dell’Esercito popolare di liberazione del Sudan/Nord (Spla-N).
     
    Il conflitto nel Sud Kordofan è iniziato nel 1983, quando le popolazioni si schierarono con il movimento di liberazione Spla che si batteva per l’indipendenza da Khartoum. Nel 2005 si è arrivati a un accordo di pace che prevedeva il referendum di autodeterminazione degli stati del sud del paese, e nel luglio del 2011 è nato un nuovo stato: il Sud Sudan. Ma la posizione di tre regioni di confine con il Nord del Sudan – Sud Kordofan, Nilo Azzurro e Abyei – non è stata chiarita, e i tre stati che si erano battuti contro il regime sono rimasti sotto la sovranità di Khartoum. Di qui la ripresa delle ostilità.
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    I Martedì del mondo sono un ciclo di incontri (ottobre-giugno), che si tengono di norma il primo martedì di ogni mese, organizzati da Fondazione Nigrizia, dal Centro missionario diocesano, dalla rivista Combonifem e dal Cestim - Centro studi immigrazione.

     (Fonte: Missionari Comboniani - Vicolo Pozzo 1 - 37129 - Verona - Italia www.fondazionenigrizia.itwww.nigrizia.it )

     

  • Lo Sciamano del legno antico

    Arte africana? Solo la seconda foto! che ritrae alcune (tra le migliaia) opere d'arte africane raccolte ed esposte da Adolfo Bartolomucci nella sua galleria milanese*. La prima invece è arte alpina, della Val Gardena, dove la scultura lignea fa parte della tradizione secolare, e l'artista è Adolf Vallazza,  scultore di fama mondiale.  Nei due casi: arte o artigianato oppure entrambi? non ha importanza, il risultato è sempre qualcosa che evoca passato e presente, stupisce, emoziona, risveglia tutti i sensi. Protagonista è sempre il legno.

                      

    (foto Lucio Rosa)                                                                                  (foto Mila C.G.)

    L'artista africano sceglie il suo albero in funzione dell'oggetto da scolpire; così statua, maschera, feticcio, totem sarà il veicolo attraverso il quale gli spiriti, le divinità, gli antenati e le forze della natura si rendono presenti e visibili nello spazio umano. Gli oggetti di utilità quotidiana, quali spole per tessere, ciotole, sgabelli, sedie, alzatesta, strumenti per la cucina, sono fabbricati con molta cura. Per ogni settore della cultura esistono una serie di simboli e di stili specifici, compresi dalla comunità. 

    Anche l'artista alpino, "vive del legno, nel legno, parla con il legno...". Per questo il regista Lucio Rosa, bolzanese, gli ha dedicato il film** "Adolf Vallazza, sciamano del legno antico" presentandolo con queste parole: " Il bosco, silente e ordinato, i tronchi ravvicinati e umidi si sono affidati ad Adolf Vallazza. Un viaggio assorto e pieno di attese finisce nei linguaggi e nelle forme dell'uomo contemporaneo. L'artista non interroga la materia - che è già sua - ma il genio dei luoghi che l'ha generata. Con lui tesse il dialogo serrato che porta alle trasformazioni dei legni, programma i loro destini futuri e in loro soffia il suo spirito."

    Lo sciamano viene generalmente considerato come un guaritore e un mediatore tra il mondo conosciuto della realtà ordinaria e il mondo spirituale. L'arte di Adolf Vallazza può essere antropologicamente considerata sciamanica, perchè lavora legni antichissimi, a volte secolari, recuperati nelle case contadine delle sue valli: vengono dalle pareti delle stube, hanno visto la storia, passare tante generazioni e vicende, i vivi e i morti; sono corrosi, consumati, mangiati dalle tarme, con i segni delle scarpe chiodate dei contadini, che hanno camminato su di loro per anni e anni. Anche il colore varia a seconda della loro vita. Ci sono i legni grigi, i bluastri che hanno preso la pioggia, e quelli rossi, che sono bruciati dal sole. E' come un "viaggio" nel passato e in altre tradizioni la scultura in questi legni, che hanno vissuto e trasmettono "messaggi" dai mondi spirituali invisibili alla realtà. E poi ci sono le leggende nei paesi delle montagne, le Dolomiti; "anche se astratte, le  mie sculture, afferma Adolf, rispecchiano queste suggestioni. È il mio ambiente, la mia storia che mi ha dà l’ispirazione per la scultura. " 

    Il Maestro Adolf  Vallazza nasce nel 1924 ad Ortisei. Il padre è scultore in ferro; il nonno materno, Josef Moroder Lusenberg, è un pittore. Adolf fin da piccolo ama le arti e il disegno e  intaglia il legno. Negli anni quaranta e cinquanta inizia lavorare il legno dell'ulivo; per mantenere la famiglia e per passione diventa artigiano, con una ditta e sette operai. Crea statue per le Vie Crucis, crocifissi, sculture religiose della tradizione gardenese. Ma si ritaglia del tempo per studiare e fare ricerche, apre il suo studio di scultore ad Ortisei, e abbandona il legno dell'ulivo perchè lo considera di per sè già "un'opera d'arte della natura". Le prime sculture sono classiche, poi comincia a  sperimentare forme stilizzate e materiali nuovi, fino alle opere che l'hanno reso famoso, i Totem e i Troni. Ha quasi quarant’anni e infine può dedicarsi solo all’arte. Passa all'astratto, ispirato da Marino Marini, Henry Moore, e soprattutto dal grande Constantin Brâncuși, maestro per la sua semplicità, la capacità di ridurre i volumi, l’iconografia delle “colonne”. Sono gli anni '60; inizia ad allestire le sue prime mostre personali in Italia e all'estero. Nel 1968 cominciano a frequentare il suo studio d'artista importanti critici milanesi, come Marussi, Budigna e Mascherpa.

                                          

    (foto Lucio Rosa)                                                                                                      (foto Mila C.G.)

    Di sè racconta: "Sono un uomo che ha vissuto il scorso secolo, un novecentesco. Ho cominciato con la figurazione ... quello deve essere il punto di partenza. Non si può cominciare dall’astratto, l’astrazione si raggiunge in un secondo momento. Ancora oggi, in questi vecchi legni, faccio delle figure. Il figurativo è importante perché insegna il “mestiere”. Molti iniziano con l’astratto, e per me è impossibile, il corpo umano lo devi conoscere, devi entrare in possesso dell’anatomia, conoscere le forme…  Il materiale va capito e sentito."

     *African Art Gallery di Bartolomucci Adolfo - Via Caterina da Forlì, 28 - 20146 Milano Italy.

    **Titolo originale: Adolf Vallazza. Sciamano del Legno Antico Regia: Lucio Rosa  Anno di produzion2019 Tipologia:documentario  Genere: arte/biografico  Paese: Italia  Produzione: Studio Film TV      Formato di ripresa: Full HD 16:9Formato di proiezione: Full HD 16:9, bianco/nero Sito Web: http://www.studiofilmtv.it/film.asp?id=43&l=it  Durata: 40'

  • Tracce di un DNA sconosciuto in Africa?

    Alcuni uomini dell'Africa Occidentale possiedono un DNA ibridato con un misterioso ominide sconosciuto, risultato da incroci di Homo sapiens con altre specie arcaiche esistenti migliaia di anni fa. Questo DNA è stato in parte trasmesso all'uomo moderno, unica specie sapiens attualmente vivente sulla Terra. Ora due scienziati dell'Università di California (Los Angeles) hanno trovato un altro DNA sconosciuto presso il popolo Yoruba, in Africa occidentale. Ricerca complicata dal clima caldo umido che altera lo studio di codici genetici.

    Però, applicando il metodo statistico (secondo il Progetto 1000 genomi), Durvasula e Sankararaman hanno determinato che circa l'8% del genoma yoruba è riconducibile ad una specie arcaica "fantasma", percentuale variabile a seconda delle regioni (e quindi riconducibile a incroci con popolazioni diverse, fenomeni di deriva genetica, selezione di geni sfavorevoli, isolamento, migrazioni).

    Chi può essere il fantasma? I ricercatori scartano i Pigmei (il cui codice, sequenziato, non coincide con quello degli Yoruba), i neandertaliani e i denisoviani (poco possibili geograficamente), e anche Homo naledi dal piccolo cervello (250.000 anni fa, nelle pianure sudafricane). Homo heidelbergensis (200.000 anni fa) rimane il candidato più probabile: probabilmente nato in Africa si ipotizza che si sia diffuso ed evoluto in quattro sottospecie. Homo heidelbergensis "heidelbergensis " includerebbe fossili africani ed europei, crani con architettura arcaica e caratteri derivati; H.heidelbergensis "rhodesiensis" sarebbe la varietà africana da cui sarebbe nato Homo sapiens; H. "daliensis" sarebbe la sottospecie asiatica non-herectus, comprendente l'Homo di Denisova; H.heidelbergensis "steinhemensis" che sarebbe la varietà europea pre-neanderthaliana, comprendente gli individui spagnoli della Sierra de los Huesos di Atapuerca. Questi resti spagnoli fanno ritenere che la separazione delle linee evolutive di H.sapiens sapiens, H.di Denisova e H.neanderthalensis risalga a quasi 1 milione di anni fa, mentre secondo la genetica la divergenza tra le tre tipologie sarebbe avvenuta circa 500.000 anni fa.

  • A Milano riapre il Museo Popoli e Culture

     Domenica 15 settembre è stato inaugurato dall'arcivescovo di Milano Monsignor Delpini il nuovo Centro Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere, Missionari dal 1850)* di via Monte Rosa, con nuovi spazi (teatro, biblioteca , caffetteria, negozio equosolidale) e il rinnovato allestimento del Museo Popoli e Culture.

    Nuova sede, interattivo e multimediale, organizzato secondo criteri tematici e/o cronologici, questo museo conserva una collezione permanente di arte extraeuropea, con circa duecento oggetti provenienti da Asia, Africa, America Latina e Oceania, raccolti dai padri missionari. Come afferma padre Mario Ghezzi, per vent'anni missionario in Cambogia e attuale direttore del Pime, a Milano servono luoghi che parlino del mondo, attraverso gli occhi e gli oggetti dei missionari. Per l'arcivescovo Delpini questo museo è un luogo di incrocio fra orizzonti universali e culture locali, al fine di educare alla mondialità, aggiunge padre Brambillasca (superiore generale del Pime, la cui sede principale è ora trasferita da Roma a Milano).

    Il museo è nato nel 1910 con il nome "Museo etnografico indocinese". Infatti i primi oggetti furono portati in Italia da padre Carlo Salerio, partito nel 1852 per la Papua Nuova Guinea con la prima spedizione missionaria del Pime, ma i bombardamenti aerei su Milano nel 1943 li distrussero quasi completamente. E' stato poi continuamente arricchito con nuove collezioni, oggetti spediti dai missionari, lasciti e donazioni. Negli anni '70 ha preso un nuovo nome: "Museo di arte estremo orientale e di etnografia", abbreviato nel 1998 con l'attuale nome. In particolare è possibile osservare in una vetrina il prezioso e antico atlante del Seicento del missionario gesuita Martino Martini, e soprattutto sfogliarlo virtualmente nella vetrina a fianco. La sezione più ricca proviene dalla Cina, con tessuti, ceramiche, bronzi, smalti, giade, avori, ricchi kimono; interessanti gli oggetti legati a buddismo, taoismo, induismo, o al culto degli spiriti, e infine i piumaggi brasiliani.

    Infatti è stata allestita nella sala delle esposizioni temporanee del nuovo Museo la mostra "Il grido dell'Amazzonia": un viaggio nel polmone della terra e nelle sue culture indigene, anche attraverso alcuni oggetti della collezione di Raffaele Zoni. La mostra è visitabile fino alla fine di ottobre. (http://www.amazzonia2019.com).

      Il giorno prima si era tenuto al Pime il convegno "Il grido dell'Amazzonia: Ricchezza, drammi e sfide di una regione in crisi", in preparazione al Sinodo dei vescovi in programma a Roma dal 6 al 28 ottbre p.v. Nel pomeriggio è stato poi presentato il libro "Viaggio in America Latina", curato da Alberto Caspani per l'Editrice Luni, sulle esplorazioni del brianzolo Gaetano Osculati che nell'Ottocento fecero conoscere l'Amazzonia in Italia. Osculati, dopo aver viaggiato in Egitto, Siria, Arabia e Asia minore , si dedica all'America meridionale, e negli anni 1834-35-36 la attraversa da Montevideo a Santiago e Valparaiso; poi nel 1847-48, sulle orme dello spagnolo Francisco de Orellana del 1500, attraversa per via fluviale l'America Equatoriale dall'Atlantico al Pacifico.

    E infine una testimonianza diretta: il bergamasco mons.Giuliano Frigeni, missionario del Pime e vescovo di Parintins, ha raccontato la sua esperienza in Amazzonia, dove vive da ormai quarant'anni.

    *Via Monte Rosa 81 - 20149 Milano

    Tel. 02 438221 - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - www.pimemilano.it - www.museopopolieculture.it

  • Libia 1: Il "ragazzo" con la Nikon

      E' il titolo del nuovo film di Lucio Rosa (Studio Film TV, Bolzano)*, ovvero Libia, antiche architetture berbere, che il regista definisce "fatto con la testa e con il cuore e presenta con queste parole: "Le antiche oasi che gli Imazighen "uomini liberi", i Berberi di Libia, "vestirono" di una splendida architettura, oggi sono quasi tutte abbandonate e cadute nel degrado. È un mondo che sta scomparendo, non essendoci più grande interesse per il recupero e la conservazione della memoria e della storia. Inoltriamoci in questi luoghi, percorriamo queste strade, visitiamo quanto di prezioso rimane di un tempo antico: le architetture sublimi di antiche sontuose dimore, le elaborate architetture con cui si innalzavano magazzini fortificati, i villaggi che accoglievano i mercanti che, con le loro carovane, portavano i prodotti dell'Africa Nera verso i porti del Mediterraneo."

    Questo film ci offre una visita speciale, accompagnati da un fotografo speciale,, con una serie di scatti che, meglio che in un film, fluiscono, a volte con progressivi ingrandimenti, consentendo di osservare i dettagli, accompagnati da preziose informazioni e una musica discreta e solenne. E' quasi un pellegrinaggio, in una regione speciale dal clima estremo in estate e in inverno: l'estremo nord-ovest della Libia, dove il Jebel Nafusha, alto 968 metri, (o Djebel Nefoussa - in arabo : ,الجبل نفوسة o al-Jabal Nefusa, in berbero nafusi: Adrar n Infusen) separa la pianura della Tripolitania dall'ardente Sahara. Qui abitano i Berberi Imdyazen, musulmani ibaditi generalmente considerati gli ultimi discendenti della terza branca dell'Islam, il Khârijismo.

    «Durante le varie missioni svolte in Libia - spiega Lucio Rosa - per realizzare film e ricerche varie (e purtroppo solo fino al 2014 perché poi la Libia è diventata impraticabile) mi sono interessato all’ architettura berbera di diverse oasi, abitate e vissute dai berberi Imazighen fino ai primi anni ’80. Poi Gheddafi, volendo che la sua gente vivesse con i confort occidentali, ha costruito le nuove città in prossimità dei vecchi villaggi, e le vecchie oasi sono state quasi tutte abbandonate e sono cadute nel degrado. È un mondo che sta lentamente scomparendo non essendoci più grande interesse per il recupero e per la conservazione della memoria e della storia»

    Ma chi è Il ragazzo con la Nikon?

    Il regista stesso, che ha scattato migliaia di fotografie, appunto con la Nikon, nel corso degli anni, fino all' “Ultima, nell’aprile 2013… poi il buio per questo splendido Paese”, ricorda con amarezza. Il 23 aprile 2013 il regista  era appunto a Tripoli al ministero del Turismo e Cultura per firmare il contratto di un film su Ghadames, la grande oasi ai margini occidentali del Sahara libico nel punto d'incontro di Libia, Algeria e Tunisia. “Ma un attentato all’ambasciata francese ha bloccato Tripoli… fuggi fuggi… imbarco sul primo aereo per riornare in Patria, e il film, con la sceneggiatura e storyboard approvati, è finito nel cassetto. In attesa… Ad oggi è ancora lì, ricoperto dalla polvere del tempo… ma ancora vivo nelle mie intenzioni e speranza… ma verrà il giorno…”

    *Regia, fotografia, montaggio, testi: Lucio e Anna Rosa- Durata: 30'  - Formato: Full HD 16:9

    © Studio Film Tv

  • Stonehenge esisteva prima del genere umano?

    La rivista British Archaeology ha pubblicato i risultati di uno studio del ricercatore inglese Mike Pitts, secondo il quale due delle famose pietre di Stonehenge sarebbero preesistenti all'arrivo dell'uomo in Inghilterra. Questo sito, il più celebre ed imponente cromlech (circolo di pietra) della preistoria, si trova ad Amesbury nello Wiltshire, circa 13 chilometri a nord-ovest di Salisbury (sud dell'isola). Le rocce, chiamate Heel Stone (Pietra del tallone), sono poste a 1,75 metri dal centro del circolo, dove si trova la Stone 16, e i loro fori sono allineati con il sorgere e il calar del sole ai solstizi di inverno ed estate.

     Da anni archeologi e storici si interrogano sul significato del misterioso monumento circolare di pietra. La datazione radiocarbonica indica che la costruzione fu iniziata nel 3100 a.C., e si concluse verso il 1600 a.C.. In base alla nuova ricerca invece si pensa che almeno due pietre siano del tutto naturali, sempre esistite in loco.

    Infatti lo stesso Pitts, nel 1979, aveva trovato, scavando vicino al sito, resti di queste pietre, che sarebbero state trascinate a valle dall'azione di un ghiacciaio dalla vicina catena collinare (Marlborough Down) poi abitata dai pastori nomadi del paleolitico e del mesolitico.

    In effetti si è sempre pensato che queste pietre di sarsens (blocchi di arenaria locale), del resto diffusissime in tutta la Gran Bretagna, provenissero dai rilievi vicini e sarebbero rimaste parzialmente interrate; altre, ma moltissimi anni dopo,  sarebbero state trascinate da altri luoghi per completare il monumento.

    Ma perché pietre del tallone? La tradizione racconta che il diavolo "comprò le pietre da una donna in Irlanda, le avvolse e le portò sulla piana di Salisbury. Una delle pietre cadde nel fiume Avon, le altre vennero portate sulla piana. Il diavolo allora gridò, "Nessuno scoprirà mai come queste pietre sono arrivate fin qui". Un frate rispose, "Questo è ciò che credi!", allora il diavolo lanciò una delle pietre contro il frate e lo colpì su un tallone. La pietra si incastrò nel terreno, ed è ancora lì."

     

     

     

  • Niger, rapimento di un missionario

    A due mesi dal sequestro di padre Maccalli non c'è nessuna notizia certa su dove si trova, se è vivo e sui passi intrapresi per liberarlo. Un altro appello è stato lanciato dalla SMA (Società delle Missioni Africane, Genova, www.missioniafricane.it) a tutti coloro che hanno a cuore l'opera dei missionari>:

        "Un nostro missionario, padre Pier Luigi Maccalli, (originario della diocesi di Crema, già missionario in Costa d'Avorio) da più di un mese è nelle mani di ignoti rapitori, i quali non si sono fatti ancora vivi. Il rapimento è avvenuto nella sua missione di Bomoanga, nel sud-ovest del Niger, a pochi chilometri dalla frontiera con il Burkina Faso. Padre Gigi, come qui tutti lo chiamano affettuosamente, in undici anni ha fatto molto per la popolazione: scavo di pozzi, costruzione di scuole e ambulatori medici, formazione per i giovani contadini, istruzione degli adulti" mettendo insieme, come riferisce l'Agenzia Fides, "evangelizzazione e promozione umana; attento all'inculturazione, ha organizzato momenti di iniziazione in relazione con la circoncisione e l'escissione femminile. Può essere uno dei moventi per il rapimento, giunto una settimana dopo il suo rientro da un tempo di riposo in Italia». Infatti, attento alle problematiche legate alle culture locali, aveva organizzato incontri per affrontare temi sociali e contrastare pratiche legate alle tradizioni, come le mutilazioni genitali.

    La Missione cattolica dei Padri SMA si trova in zona Gourmancé (Sud-Ovest) alla frontiera con il Burkina Faso, nella prefettura di Makalondi, e a circa 125 chilometri dalla capitale Niamey. La Missione è presente dagli anni '90, e i villaggi visitati dai missionari sono più di venti, di cui dodici con piccole comunità cristiane, distanti dalla missione anche oltre 60 chilometri. "Da qualche mese la zona si trova in stato di urgenza - spiega padre Mauro Armanino, missionario SMA a Niamey - a causa della presenza di terroristi provenienti da Mali e Burkina Faso».  Testimoni riferiscono che uomini armati in moto hanno fatto irruzione nella missione, "lo hanno preso e portato via; il confratello indiano che vive con lui è riuscito a mettersi in salvo". E' plausibile che presunti jihadisti siano attivi nella zona, dove la povertà è strutturale, i problemi di salute e igiene enormi, l’analfabetismo diffuso e la carenza di acqua e di strutture scolastiche ingenti. La mancanza di strade e di altre vie di comunicazione, anche telefoniche, rendono la zona isolata e dimenticata.

    Dopo il rapimento – riferiscono dalla Curia della SMA – padre Maccalli è stato probabilmente portato al di là della frontiera. Nella confinante regione del Burkina Faso c’è, infatti, una vasta foresta in cui hanno le proprie basi i miliziani jihadisti. Attualmente la diocesi di Niamey ha inviato un gruppo di sacerdoti nel villaggio di padre Maccalli per verificare i fatti e per prendere contatti con la comunità locale. Un altro religioso italiano di una parrocchia vicina è stato fatto allontanare e ora è al sicuro a Niamey”.

    Poema per p. Gigi,
    di p. Paco Bautista, missionario SMA spagnolo

    Algún día, en alguna parte,
    todo será de otra manera.
    Mientras tanto
    bregamos con nuestras heridas,
    convivimos los miedos,
    los fracasos,
    gestionamos nuestros fantasmas
    en estos tiempos de crisis…

    Pero también
    sacamos lo mejor de nosotros
    porque creemos,
    contra toda evidencia,
    en la bondad innata
    de lo más sagrado
    que cada uno lleva dentro.

    Y apostamos por un mundo
    sin fronteras ni exclusiones,
    donde la verdad
    es el punto de salida
    para hacer nuevas todas las cosas.

    Porque algún día,
    en alguna parte,
    todo será de otra manera.

    Fraterno siempre

     

     
  • UN MISURATORE SOLARE PREISTORICO

    L’archeologa  Mercedes Versaci (Gruppo PAID HUM-812 del dipartimento di Preistoria dell’ Università di Cadice) ha scoperto – in  una grotta della Sierra della Plata, punta meridionale della penisola iberica vicino a Gibilterra - una pittura rupestre che funge da indicatore solare. Una scoperta finora unica in Spagna. Stava preparando una tesi (dal titolo “El sol, símbolo de continuidad y permanencia: un estudio multidiscilpinar sobre la figura soliforme en el arte esquemático de la provincia de Cádiz”) nella zona intorno alla laguna de La Janda, (oggi a secco) nel comune di Tarifa, dove sono stati registrati circa trecento rifugi preistorici con pitture rupestri. In ventidue di essi  appare una figura a forma di sole.

    Ma nella Cueva del Sol (una piccolissima grotta di difficile accesso ma molto visibile) la studiosa ha scoperto un disco di 24 centimetri, geometricamente perfetto, con dodici raggi orientati verso il calar del sole. E l’unico raggio  dipinto coincide con  l’ultimo filo di luce del crepuscolo del solstizio d’ inverno. Quindi una specie di calendario agricolo per sapere quando le giornate avrebbero iniziato ad allungarsi e seminare, quando le piante sarebbero cresciute insieme al sorgere del sole più presto ogni giorno, quando ci sarebbe stato il raccolto, quando la terra avrebbe avuto un periodo di riposo. E questo ciclo si sarebbe compiuto al successivo solstizio d’inverno per ricominciare. Quindi una concezione del tempo circolare e una pittura rupestre risalente molto probabilmente alla preistoria recente, quando l’uomo già praticava l’agricoltura. Infatti le piante sono rappresentate in altre grotte con figure ramiformi e associate a idoli per rituali magici.